GUIDA · PRINCIPIANTI

Inversioni yoga per principianti: da dove iniziare

Se non hai mai fatto un'inversione, il problema quasi mai è la forza. È che manca un punto di partenza chiaro.

Si comincia dalle posizioni in cui la testa scende sotto il bacino ma i piedi restano a terra — cane a testa in giù, piegamento in avanti, gambe al muro — e da qualche minuto di carico su mani, polsi e avambracci. La verticale arriva dopo, non prima.

Scritto da Francesca Citter
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Posso iniziare se non ho mai fatto inversioni?

Sì. Le inversioni non sono un livello della pratica, sono un gruppo di posizioni: alcune si praticano dal primo giorno, altre richiedono mesi di preparazione.

Cane a testa in giù, piegamento in avanti in piedi, gambe al muro e il delfino sugli avambracci sono già inversioni: la testa sta sotto il cuore e il corpo comincia a conoscere quella sensazione senza doversi anche bilanciare.

Quello che cambia tra chi comincia e chi pratica da anni non è il coraggio, è la quantità di informazioni che il corpo ha già raccolto. All'inizio si raccolgono informazioni, non si conquistano posizioni.

Non serve essere pronta per cominciare. Si comincia per diventarlo.

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Quale inversione è più adatta per iniziare?

Per la maggior parte delle persone il punto di partenza è il delfino sugli avambracci, che prepara sia Sirsasana sia Pincha Mayurasana, insieme al cane a testa in giù per polsi e spalle.

Il delfino insegna la cosa più importante di tutte le inversioni: spingere il pavimento lontano da sé tenendo le spalle sopra i gomiti. Se quella spinta non c'è, ogni posizione più avanzata la cercherà nella schiena.

Da lì i percorsi si dividono: chi ha spalle mobili e centro forte va spesso verso Pincha Mayurasana, chi cerca stabilità prima che equilibrio parte da Sirsasana, chi arriva da altre discipline di movimento a volte comincia direttamente dalla verticale sulle mani al muro. Non esiste un ordine valido per tutti.

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Serve essere già forti per iniziare?

Serve una forza specifica, non generica: spalle che sostengono il peso sopra la testa e un centro che tiene le costole chiuse. Non devi arrivare alla pratica con la forza della posizione finale: si costruisce dentro le progressioni, insieme alla tecnica.

La forza che conta nelle inversioni è quella che tiene la struttura in linea mentre il peso passa dalle gambe alle braccia. Non ha molto a che vedere con quante flessioni riesci a fare.

Il modo più diretto per costruirla è tenere le posizioni intermedie per qualche respiro in più: plank, delfino, gambe sollevate al muro, verticale contro il muro con il corpo in linea.

«Pensano di aver bisogno della forza per cominciare, ma la forza è quello che arriva con la pratica»: è una delle cose che Francesca ripete più spesso. Questo non significa partire da zero senza criterio, né che ogni corpo possa fare tutto subito: significa che le tappe iniziali sono pensate proprio per costruire quella forza.

Se una condizione fisica ti fa dubitare, la domanda non è «sono abbastanza forte», ma «questa tappa è adatta a me adesso»: su questo vale un parere di chi ti segue.

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Serve essere flessibili?

No, ma serve una mobilità precisa: portare le braccia sopra la testa senza inarcare la zona lombare. È il requisito che ferma più principianti di qualsiasi altro.

Non serve toccare terra con le mani a gambe tese. Serve che spalle e torace permettano alle braccia di allinearsi alle orecchie mentre le costole restano chiuse.

Se provi in piedi contro un muro con la schiena aderente e le braccia non arrivano alla parete senza staccare la zona lombare, quella è la prima cosa su cui lavorare.

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Devo usare il muro?

All'inizio sì, ma come punto di riferimento e come via d'uscita, non come appoggio permanente. Il muro serve a farti conoscere la posizione, non a sostenerla al posto tuo.

Usare il muro va benissimo finché continui a chiederti quanto peso stai davvero scaricando su di lui. Se i piedi ci restano incollati e la schiena si inarca, stai memorizzando una forma che poi non regge da sola.

Un compromesso che funziona per molte persone: entra al muro, poi stacca un piede alla volta per uno o due respiri. Sono quei secondi a costruire l'equilibrio.

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Quanto spesso dovrei praticare?

Sessioni brevi e frequenti funzionano meglio di una lunga alla settimana. Dieci o quindici minuti tre o quattro volte a settimana sono un buon punto di partenza per la maggior parte delle persone.

Le inversioni sono soprattutto coordinazione, e la coordinazione si costruisce con la ripetizione ravvicinata. Una sessione di un'ora ogni dieci giorni insegna molto meno di dieci minuti quasi ogni giorno.

Anche perché la fatica cambia la tecnica: quando le spalle sono stanche il corpo trova compensi, e i compensi si imparano esattamente come si impara la tecnica.

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Come capisco se sono pronta ad avanzare?

Quando la tappa precedente è noiosa: la tieni per diversi respiri, respirando normalmente, senza cercarne la forma ogni volta. Se ogni ripetizione è diversa, sei ancora in quella tappa.

Un criterio pratico: la stessa posizione, tre giorni diversi, con la stessa qualità. Se regge, la tappa successiva ha una base su cui appoggiarsi.

L'errore più frequente non è avanzare troppo presto per ambizione, ma avanzare perché la posizione precedente ha smesso di essere interessante. Sono due cose diverse.

Il segnale che Francesca guarda è doppio: se riesci a tenere la posizione con sicurezza, e come respiri mentre la tieni. Un respiro che resta stabile dice molto più del semplice fatto che ci sei arrivata. È un criterio di insegnamento, non un test.

Entrare nella posizione non è ancora il segnale. Starci con sicurezza, respirando stabile, lo è.

Pratica in sicurezza

Le inversioni comportano un rischio fisico reale: si può cadere. Pratica su una superficie libera, con spazio dietro e ai lati, e impara l'uscita prima dell'entrata.

Se hai condizioni che riguardano collo, spalle, schiena, occhi, pressione o equilibrio, oppure sei in gravidanza, parlane prima con un professionista sanitario. Questa è una guida di pratica, non un consiglio medico.

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